Il Salento a più livelli
Ultimamente, spinta da varie motivazioni mi è capitato di frequentare la sig.ra Teresa Errico, figlia della più conosciuta suontatrice di tamburello e curatrice di tarantate: Salvatora Marzo.
Teresa l'ho conosciuta per caso, dopo un mio concerto a Nardò nella primavera scorsa. Conclusi quel concerto con una pizzica pizzica che riprendeva una delle melodie cantate da quella grande donna, presente in tutte le foto che riguardano il rito coreutico di Nardò.
Ovviamente la dedicai a lei e dopo aver finito, fui praticamente tirata giù dal palco dal mio amico Vincenzo che mi disse "sbrigati, c'è la figlia della Tora Marzo!"
Teresa non vedeva l'ora di parlare, di poter dire a qualcuno quanto è stata brava, coraggiosa e forte la sua mamma.
In lei, ogni volta che ci parlo, vedo una specie di infervoramento, un fuoco che brucia e vuole esplodere.
Non solo l'attaccamento vivo che si può avere nei confronti di una presenza che è stata importante nella vita, che ha accudito, amato..
Ma anche la voglia di valorizzare questa figura nell'aspetto musicale e tecnico.
"Non c'è nessuno che suona il tamburello come mia madre!"
E' vero! Come si fa a dire il contrario? Pochi sono i giovani che s'impegnano a riprendere un modo di cantare, di suonare, di ballare che è stato vivo e funzionale fino a poco tempo fa.
E a proposito di questo: sto conoscendo e ri-costruendo quel mondo, in un modo "moderno", attraverso filmati, cd, fotografie.
I diretti interessati non si stupiscono più di tanto, per loro è una cosa normale essere stati morsi dalla terantola o "sfiatati da una serpe", è normale aver ballato per anni, aver visto Santu Paulu in visione, che diceva loro esattamente cosa fare per ottenere la guarigione.
Fra tutti ogni volta, mi sembra che quella che si emoziona di più, che si sente i brividi lungo le braccia, sono io.
Perchè quel mondo non mi è davvero appartenuto, non l'ho vissuto e allora lo immagino e mi faccio domande, immagino risposte.
I protagonosti di quel fenomeno che è stato oggetto di studio, indagini, ricerche non ci fanno neanche caso, tanto per loro era vita di tutti i giorni.
Il tarantismo era una malattia come le altre solo che, per guarire bisognava ballare e credere in San Paolo. Punto.
E da qui mi viene di tanto in tanto l'immagine del Salento "a più livelli"; antico e moderno sono così reali e presenti che si mischiano continuamente. E questo non solo per il rito di cura del morso dell'animale velenoso, ma nel rapporto con la famiglia, con quello che si raccoglie, che si cucina e si mangia, nel rapporto con la morte e con i morti..
Il Salento vero esiste ancora ma è mascherato.
Da interenet, tv, abiti nuovi, acconciature moderne..
ma quando si pensa "Per fortuna che ormai la mentalità è cambiata!", invece no, c'è ancora la tradizione intima, quella più difficile da estirpare, quella più affascinante perchè più segreta.
Quella da cui dovremmo trarre insegnamenti per utilizzarli in modo moderno!




