Cantante, tamburellista, danzatrice e ricercatrice, testimone e al contempo artefice della rinascita della musica tradizionale salentina degli ultimi 15 anni, firma il suo secondo album da solista, Fimmana, mare e focu! (Anima Mundi edizioni). A parlarcene è proprio lei, Anna Cinzia Villani. Come nasce il tuo nuovo album? L’intento del disco è raccontare la concezione della donna nel mondo della nostra tradizione attraverso i canti, gli stornelli e le pizziche-pizziche. Facendo delle ricerche, nel corso degli anni, mi sono resa conto che la donna nel passato aveva un ruolo molto importante nella gestione pratica della famiglia. Lavorava e prendeva parte all’economia familiare, per cui il suo ruolo marginale agli occhi della società proveniva solo da una mentalità maschilista e patriarcale. Riflettendo sui canti, essi presentano quasi sempre il punto di vista dell’uomo che parla della donna dedicandole versi d’amore o di sdegno e dolore. Canti in cui la donna parla di se stessa ne ho trovati invece pochi. Si tratta per lo più di canti di lavoro o di ninne nanne, tranne pochi casi, come nei brani Lu desideriu miu cu bessu cozza e La partenza, in cui parla in prima persona dei suoi sentimenti. Qui firmi da autrice alcuni brani. Un passaggio forse quasi fisiologico nella vita di un artista? Sì, è così. Già Ninnamorella conteneva una traccia, proprio quella intitolata Ninnamorella, in cui ho utilizzato una melodia propria della tradizione dei lamenti funebri pere inventare un lamento d’amore. Faccio parte di una generazione diversa rispetto a quella contadina, ma, al tempo stesso, mi ritrovo a essere una prosecutrice della nostra tradizione musicale e spesso integro nei miei brani, accanto ai versi che invento, quelli già esistenti nella tradizione. In Farnaru farnareddhu, per esempio, sono gli ultimi tre, in Luntananza sono due. Per Fimmana, mare e focu! ho usato proverbi e filastrocche che parlano della donna, mentre Tridici stelle è interamente mia. Perché la scelta di questo titolo? “Fimmana, mare e focu” è la prima parte di un proverbio che prosegue poi dicendo “c’è de scherzare pocu”. Mi piaceva dare quest’idea esplosiva e imprevedibile della donna, anche perché molti di questa quantità enorme di proverbi che ho letto la descrivono così, dotata di un grandissimo potere. Nel senso che la donna possiede armi che, se utilizzate in un certo modo, possono trasformarsi in un potere e questo fa paura. Dal tuo primo album Ninnamorella a Fimmana, mare e focu! si assiste alla trasformazione della donna che si strugge d’amore in una donna forte e decisa. Che differenza intrecorre tra l’uno e l’altro? È proprio questa. Ninnamorella è nato in una fase diversa da quella che personalmente sto vivendo ora, quindi da un punto di vista intimo un passaggio c’è stato. In Fimmana, mare e focu vi è una maggior consapevolezza da parte mia che si trasferisce in una scelta più convinta di quello che voglio dire e di come lo devo fare. Nella musica metto tutto ciò che sento. Il canto è uno strumento dell’anima e le emozioni sono importanti quando si fa musica, ancor più quando si canta. La tua è stata definita da Alias una “voce atavica, di impressionante potenza, di sconvolgente maturità”. Quanto ha influito sulla tua tecnica vocale il contatto con i cantori “della porta accanto”? Per chi si pone l’obiettivo di proporre la musica del posto è normale studiare con i suonatori del posto. Spesso si pensa che la musica tradizionale, siccome nasce in maniera spontanea, non abbia punti di riferimento da rispettare, ma non è così. Non abbiamo un Conservatorio a cui rivolgerci per capire quali sono le regole dei canti o il modo in cui bisogna utilizzare la voce e i nostri maestri sono quelli della tradizione, gli unici in grado di dirti quanto deve durare una nota, quanti melismi devi fare. Il passaggio dalla spiegazione alla pratica può avvenire in tanti modi e in tanti momenti. Ciò significa trascorrerci moltissimo tempo insieme e il passaggio dalla spiegazione alla pratica può avvenire in tanti modi e in tanti momenti, come per esempio mi è successo con Uccio Aloisi. Ricordo ancora la prima volta che ci siamo conosciuti, mi disse: “Me piace comu canti perché quandu canti faci sempre la ucca a ‘rrisu”

 

Belpaese 12 maggio 2012